L’erba del vicino…

Astericcio rimase molto colpito dal gesto di quell’Uomo che aveva salvato la piccola riccia dalle grinfie del tasso (che in fondo, però faceva il suo “mestiere” e si era ritirato senza nemmeno reagire). Lo chiamò subito Uomoriccio (niente a che vedere con l’uomoragno…) e volle conoscerlo molto meglio. Seppe che lui amava profondamente i ricci, così come tutti gli animali, li curava, li allevava se necessario e poi gli ridava la libertà anche se con un po’ di tristezza, dato che li considerava veramente fratelli. Aveva anche studiato a lungo per sapere come toccare e intervenire su quelle tenere e delicate creature, ma disse che l’amore non gli era stato insegnato da nessuno: quella era venuto spontaneamente. E ammise, con un grande sorriso, che i ricci avevano anch’essi manifestato subito amore verso di lui. Sembrava che anche loro non l’avessero “imparato” in qualche scuola. Astericio annuì: l’amore negli animali è un sentimento naturale, così come la fame, la sete e la cura dei piccoli. Molti animali allattano e accudiscono cuccioli di altre specie, ma non lo fanno per poi potere dire che sono i loro “padroni”. Servi e padroni non sono parole che gli animali conoscono. Un animale si affeziona all’uomo e lo tratta come un padre o un fratello maggiore, e non teme che sia alto, forte e, spesso, molto brutto. Sarà suo amico per la vita e cercherà in tutti i modi di farlo contento, ma mai si sentirà un suo “servo”. Astericcio, decise di raccontare all’Uomoriccio ciò che era successo in mondo lontano, fuori dalla galassia e quasi ai confini dell’Universo. Anche là esistevano uomini e animali e anche là solo i bambini capivano i veri sentimenti degli animali. Tuttavia, dopo millenni e millenni di sudditanza gli animali di quel mondo decisero di imitare l’uomo e alla fine esagerarono… 

Un mondo nuovo… (tratto da Racconti di normale assurdità di V. Zappalà, Arduino Sacco Editore, Roma, 2000). 

Il primo ad accorgersi che stava accadendo qualcosa di nuovo fu il piccolo Thomas Jackson. Non che a lui la cosa sembrasse davvero strana, solo particolarmente divertente. Aveva appena compiuto quattro anni e la sua visione della vita era ancora tutta da formare. Quello scoiattolo dalla lunga coda che si era sporto dal ramo più basso dell’enorme quercia era un’eccitante esperienza. E lo era ancora di più il fatto che l’animaletto si era rivolto a lui con queste nitide parole: “Ciao, come stai? Vuoi giocare con me?” Thomas era molto sveglio per la sua età e il suo stupore fu abbastanza relativo. Non trovò strano rispondere immediatamente: “La mamma non vuole che salga sugli alberi. Sono troppo piccolo”. Lo scoiattolo fece un segno affermativo con la testa e scese al suolo. Fu una mattinata meravigliosa e si divertirono un mondo a nascondersi l’un l’altro, anche se la rapidità dell’animaletto aveva sempre la meglio. Venne l’ora di pranzo e Thomas fu obbligato a rientrare a casa con suo grande rincrescimento. Tuttavia, insieme al suo nuovo amico, si dettero appuntamento dopo il sonnellino pomeridiano. Anzi lo scoiattolo promise di portare con lui altri compagni di gioco. Il piccolo parlò a lungo della sua esperienza con la mamma, che sorrise compiaciuta e divertita. La fantasia di Thomas era sempre molto elevata e questo faceva estremo piacere alla signora Jackson. Non fu facile mandarlo a riposare e in effetti il figlio finse solo di dormire, perché già pregustava l’incontro pomeridiano. Gli amici dello scoiattolo erano proprio simpatici: una cinciallegra che non finiva mai di parlare, un topolino grigio un po’ balbuziente e un picchio verde che rideva sempre e intonava bellissime musiche battendo il becco sulla quercia. Si raccontarono tante storie e Thomas scoprì come il mondo degli animali fosse molto complicato e spesso pericoloso. Alla sera il signor Jackson tornò a casa stanco come sempre, ma non interruppe certo il torrente di parole che il figlio riversava senza interruzione. Era molto eccitato e la sua fantasia galoppava come non mai. Chiese alla moglie la ragione di tutto ciò e lei alzò le spalle con un sorriso. Finita la cena, la famiglia si trasferì in salotto mentre la signora Jackson finiva di rassettare la cucina. Il cagnolino, un delizioso barboncino di nome Fox, si accoccolò ai piedi di Thomas. Questi non ebbe esitazione a chiedere: “Perché non sei venuto fuori con noi oggi pomeriggio?”. Che il figlio parlasse con il cagnolino non era certo una novità in casa Jackson, ma la risposta immediata e chiarissima di Fox molto meno: “Sono andato a trovare Dolly a casa dei vicini, ma domani non mancherò certamente”. La pipa cadde di bocca al papà e la mamma rovesciò tutti i piatti per terra. Si guardarono con gli occhi stralunati e senza riuscire a proferire parola, mentre Thomas continuava il suo colloquio con estrema tranquillità. I signori Jackson pensarono di essere improvvisamente impazziti, ma poi preferirono credere che al cane fosse comparsa una strana anomalia. Questa risicata convinzione fu però impietosamente annullata dal gatto di casa che entrando dalla cucina esclamò con forza: “Lo mandate a cuccia quel maledetto Fox, se no comincia a corrermi dietro e non riesco a digerire in pace?” Uscirono di corsa da casa e notarono che sulla strada si era già radunata una folla notevole. E tutti sembravano intontiti e increduli: gli animali si erano messi a parlare ovunque. Tutte le specie, dalle più grandi alle più piccole, chiacchieravano, litigavano, chiedevano e rispondevano con estrema semplicità e correttezza. Addirittura i microbi delle malattie infettive avvisavano i futuri contaminati con la loro tenue vocina: “stiamo arrivando … mettetevi a letto!” Il mondo “umano” non sapeva più che fare e qualsiasi soluzione sembrava ridicola e insensata. Intervenire con la forza? Sarebbe stata una fatica impensabile e poi chi ne avrebbe avuto il coraggio? Una cosa è sparare a un vitello che muggisce lamentosamente e un’altra è uccidere un essere che ti chiede: “Perché non mangi una torta di nocciole?”. Il caos divenne generale, aiutato in questo dal rumore continuo di sottofondo dovuto alle discussioni tra animali di terra, di aria e di mare. Non ci volle molto che la crisi alimentare divenne il maggior problema del mondo. Dai supermercati e dai negozi era sparita la carne di ogni tipo e rimanevano solo uova e formaggio, concessi con grande gentilezza dal pollame, dai bovini e dagli ovini. Qualcuno era riuscito a far finta di niente ed aveva continuato a macellare, ma i clienti erano ormai spariti. Chi avrebbe mai mangiato il figlio di quella mucca con cui aveva chiacchierato a lungo sulle condizioni del tempo? Anche se nessuno avrebbe potuto prevederlo, la popolazione mondiale si adattò molto in fretta alla nuova situazione. C’erano dei risvolti positivi enormi: i bambini avevano una compagnia continua e inoltre molti animali eseguivano benissimo il compito di babysitter. Gli anziani che vivevano la loro pensione in solitudine, vedevano le giornate riempirsi finalmente di discussioni e chiacchiere con il gatto di casa, i piccioni del parco o addirittura con la famigliola di ragni che viveva nel soffitto della cucina. E non parliamo poi delle informazioni importantissime che si ottenevano dalle nuove creature parlanti. Gli animali avevano conoscenze impressionanti ed erano estremamente disponibili a insegnare: le capacità degli uccelli nel volo, dei pesci nel nuotare, degli erbivori nel cercare le migliori piante, dettero risultati fantastici. In fondo una dieta che escludeva la carne non era poi così male e i governi di tutto il mondo vararono leggi atte a proteggere ogni specie vivente da qualsiasi forma di violenza. Nel giro di pochi mesi il mondo aveva cambiato radicalmente la propria esistenza, ma nessuno sentì veramente il bisogno di tornare indietro. Sembrava di vivere in un paradiso terrestre. In quel turbinio continuo di voci, di urla, di scambi di impressioni, di domande e risposte, l’uomo non tardò molto a sentirsi a proprio agio. A volte non si riusciva più a capire se chi parlava era un essere umano oppure un animale. Furono aperte scuole libere a tutti e ci si rese conto che spesso e volentieri i primi della classe non appartenevano alla razza una volta dominante. I cavalli, i cani, le aquile cominciarono ad occupare posizioni di rilievo in vari governi terrestri. Non ci si accorse nemmeno, all’inizio, che mentre gli animali miglioravano sempre più la qualità del proprio linguaggio, l’opposto capitava agli uomini. Le loro frasi erano sempre più semplici e a volte poco comprensibili. Poi cominciarono a usare con maggiore frequenza i gesti e poco alla volta le parole iniziarono a uscire solo casualmente e con risultati pietosi. Le altre creature facevano sempre più fatica a capire cosa volevano gli esseri umani e ne discussero a fondo tra di loro, senza trovare, però, alcuna soluzione. Alla fine, nessuna persona riuscì più a comunicare con la voce se non emettendo grugniti, muggiti, fischi e cose del genere. Gli animali li guardavano con grande pietà e sincera commozione. Per venirgli incontro, radunarono molti umani in zone ristrette dove poterli controllare e aiutare al meglio. Fu infine nella cittadina di Lungoto, nella Namibia, che il sindaco da poco eletto, un bellissimo leopardo di mezza età, decise di aprire il primo “macello”. 

L’Uomoriccio fu contentissimo di aver conosciuto astericcio: chissà quante cose poteva insegnargli sui ricci, che lui ancora non sapeva! Soprattutto sulla loro psicologia e sui loro desideri e aspettative. Loro parlavano tanto e sembrava anche che lo capissero. Lui, invece, capiva ben poco ed era riuscito ad afferrare solo due o tre delle lunghe frasi che i ricci dicevano tra loro e che cercavano di semplificare anche per lui. Astericcio annuì: è dura farsi capire dagli uomini! Loro partono già con la sicurezza di sapere tutto prima ancora di sentire gli altri. L’Uomoriccio si fece coraggio e domandò: “Senti, caro Astericcio, ieri notte mi è capitata una cosa strana che non riesco a capire e che mi mette un po’ di ansia. Sono andato a vedere i due ricci che ho messo in gabbia all’aperto per far sì che si abituino, un po’ alla volta, a iniziare, tra qualche giorno, la vita libera nel bosco. Due ricci che avevano subito dei brutti traumi e che avevo curato con tanto amore. Hanno due bellissime cucce con tanto fieno, una vaschetta per l’acqua e due capienti ciotole con delle crocchette di grande qualità. Entrambi erano in giro per la gabbia e prendevano dimestichezza con un ambiente diverso da quello casalingo di tanti mesi di convalescenza. Tutto perfetto, insomma. La sorpresa è stata un altro riccio, dal rude aspetto selvatico, in piena forma e senza un grammo di grasso inutile. Era lì, attaccato alla gabbia (dal di fuori ovviamente) che guardava con aria non solo curiosa, ma anche un po’ triste. Sicuramente abita da quelle parti ed è un frequentatore assiduo del giardino, dove vengono lasciate crocchette e acqua un po’ ovunque. Quell’aspetto un po’ turbato mi ha sollevato due ipotesi alternative, che mi hanno fatto sentire un po’ in colpa. Quel riccio selvatico e scattante era forse triste perché vedeva due suoi simili chiusi all’interno di una gabbia, ben rifornita, ma pur sempre una gabbia o, invece, il vedere quelle casette perfette e quell’ambiente intimo e protetto gli aveva sollevato un po’ di invidia per quei due ricci così fortunati e così ben curati? In entrambi i casi lo avevo discriminato rispetto ai suoi due amici. Avrei voluto parlargli e chiedergli cosa stesse pensando e spiegargli la situazione e le motivazioni. Forse se lo aspettava, perché mi guardava dritto negli occhi senza paura, quasi in attesa. Come sai, però, malgrado gli sforzi fatti finora, sono molto indietro nel linguaggio dei ricci e avrei potuto creare maggiore imbarazzo, confusione e magari anche depressione. Tu che tanto sai sui segreti del Cosmo e dei ricci, sai dirmi cosa rattristava così quel riccio libero e in pieno vigore atletico?”.Astericcio si mise a ridere come solo i ricci sanno fare, con un verso che assomiglia un po’ a uno starnuto e un po’ a un soffio sincopato. Poi rispose: “Nessuna delle due ipotesi è quella giusta, caro Uomoriccio. Tu non hai compreso a cosa mirava veramente il riccio selvatico. Sì che aveva a disposizione crocchette, acqua e tanto territorio, ma la vista di quelle due ciotole di cibo dei due amici imprigionati gli ha stimolato un pensiero che voi umani conoscete molto bene e che in piccola parte ha fatto presa anche negli animali. L’ERBA DEL VICINO E’ SEMPRE LA PIU’ VERDE. Il simpatico riccio estraneo pensava che sicuramente quelle crocchette, all’interno della gabbia, dovevano essere la cosa più buona al mondo!” Astericcio e il suo nuovo amico Uomoriccio risero entrambi di gusto e diventarono inseparabili.