Paese che vai riccio che trovi

Astericcio decise di andare a conoscere i ricci che vivevano negli altri continenti. Dovevano sicuramente essere diversi e chissà che lingua parlavano. In particolare, era curioso di sapere se vigevano tra loro le stesse differenze che gli uomini considevarano così importanti nelle loro relazioni con i simili di altre terre. Se queste differenze vi erano sarebbero state ben visibili in Africa, paese da sempre considerato di seconda classe (o anche terza e quarta) dagli uomini bianchi dell’Europa. Inoltre, l’Africa si poteva raggiungere facilmente, bastava sgattaiolare su una nave e il gioco era fatto. Nessuno avrebbe fermato quella nave, dato che sembrava veramente complicato arrivare dall’Africa, ma non andarci. I ricci del bosco in cui viveva normalmente non avevano saputo dirgli niente di particolare. Per loro i ricci sono ricci e basta, in qualsiasi nazione siano nati. Giunto in Sicilia (anche qui i ricci erano del tutto uguali a quelli del nord e nessuno si curava del suo luogo di provenienza) trovò una piccola nave che sarebbe partita l’indomani per la Libia. Perfetto! Astericcio salì e nell’attesa di attraversare il mare, vide con sgomento che uomini di un altro colore sbarcavano in continuazione da barche veramente malandate. “Accidenti”, disse tra sé e sé Astericcio, “il colore della pelle deve essere veramente pericoloso o -forse- è un segnale di particolare cattiveria. A parte poche persone che manifestano sentimenti di fratellanza, la maggior parte li tratta come fossero animali feroci”. Astericcio non riusciva a capire, però: “Le persone che hanno lo stesso colore della pelle, invece di essere contenti, fanno di tutto per coprirla con pezzi di stoffa che nascondono il loro vero colore, a parte la faccia e poco più. Sembra quasi che si vergognino. Quelli che arrivavano dall’Africa, che dovrebbero cercare di nasconderla, sono molto meno coperti. Ancora un’assurdità tipica degli umani... Tuttavia, anche se gli africani si coprono come i loro fratelli europei, rimangono, comunque, diversi e pericolosi. Qualcuno, forse per evitare di essere riconosciuto, si copre anche il viso. Dovrebbe essere la soluzione migliore… e invece no! Guai! Viene subito visto come un nemico (o nemica) ancora peggiore”. Astericcio capiva sempre meno le abitudini degli uomini. Finalmente venne il giorno della partenza e in breve sbarcò in Africa. Non gli ci volle molto per vedere il primo riccio “straniero”, dato che loro vivevano anche in zone abbastanza desertiche. Era molto piccolo, sicuramente un cucciolo… Poi, però, si accorse, dal linguaggio molto forbito, che era un adulto e anche molto istruito. Scoprì, così, che i ricci africani sono più piccoli di quelli europei… Beh… poco male, l’importante è che si capivano benissimo e parlavano la stessa lingua. Imparò così che gli animali hanno questo vantaggio: parlano tutti la stessa lingua in qualsiasi continente stiano. Quello che lo colpì maggiormente, però, fu il colore della pelliccia del ventre e del muso: era bianca! Accidenti, proprio il contrario di quanto succedeva per gli uomini. Astericcio si affrettò a chiedere al nuovo amico se loro avessero paura della pelle scura come la sua. Il riccio africano, di nome Ricciobabà, rimase abbastanza stupito e disse. “Cosa c’entra il colore con la paura? Io ho studiato parecchio e so che il colore è dato da pigmenti e da altre piccole cellule assolutamente non pericolose per qualsiasi specie di animali e anche di uomini. Sono molto più pericolose le armi che questi ultimi continuano a fare sbarcare in questo paese e che tutti cercano di usare il più possibile. E’ molto buffo che i “bianchi” del nord vendano le armi a quelli del sud, ma poi dicano a parole che vogliono che smettano di spararsi tra loro. Gli uomini sono molto strani: fanno una cosa e ne dicono un’altra. Tornando al colore della pelle, posso assicurarti che per noi, ricci africani, il colore della pelle è un problema che non ci siamo mai posti. Da quanto vedo, però, mi sembra che anche tu non abbia nessun timore del mio “bianco”. Tuttavia, se vuoi saperne di più sull’origine del colore, ti porterò da Aliriccio, il riccio più vecchio e saggio di tutta l’Africa. Lui potrà risponderti molto meglio. Deciditi in fretta, però, perché devo cercare cibo: da noi, nel deserto, è difficile trovare bocconcini prelibati. Dobbiamo faticare molto, ma la vita è bella lo stesso! Basta che nessuno venga a rubarci quel poco che abbiamo…”. Astericcio assentì e fu molto grato a Ricciobabà per quella gentilezza. Dopo una lunga marcia, quando ormai era notte, arrivarono davanti alla tana di Aliriccio. Era veramente una meraviglia, con tante pietre lucenti incastonate tutt’attorno al foro d’entrata. Sembravano stelle raccolte nel cielo. Ricciobabà gli disse che gli umani li chiamavano diamanti e che chi li possedeva poteva comandare su tutti gli altri. Per quelle pietre gli uomini si ammazzavano l’uno con l’altro, costringendo anche gli indigeni a farlo. Poi, però, tutte le pietre venivano portate al nord e agli abitanti del luogo veniva regalata solo tanta fame. Aliriccio li aveva inseriti nella sua tana solo per ricordare ai suoi simili, e a tutti gli animali del circondario, che esse erano, in fondo, solo pietre meravigliose che tutti dovevano poter ammirare. Astericcio salutò Ricciobabà con un lungo abbraccio, senza pensare né agli aculei né al colore della sua pelliccia e restò in attesa che Aliriccio uscisse dalla tana. Era sicuramente molto piccolo e i suoi peli erano particolarmente bianchi. Si muoveva lentamente e con un po’ di fatica, ma ispirava un senso di grande dignità e saggezza. Astericcio ne rimase veramente molto colpito: se voleva sapere qualcosa sul “colore” e sulla paura degli umani, era capitato proprio nel posto giusto.

Dopo poche frasi di presentazione, Astericcio fece le sue domande e il vecchio saggio iniziò un lungo discorso. “Una volta, tanto tempo fa, alcune scimmie africane cominciarono a camminare e a correre su due sole zampe. Decisero di lasciare il loro territorio per conoscere cosa vi era dopo quelle alte montagne laggiù. Durante il lungo viaggio molte cose cambiarono nel loro fisico. Prima erano completamente ricoperti da peli lunghi e fitti che nascondevano una pelle bianca, ma un po’ alla volta li persero e la pelle fu costretta a subire i potenti raggi del Sole. La Natura, come sempre, sa come intervenire (basta dargli tempo) e mutò il colore scurendolo di molto, in modo da proteggerli meglio dalle scottature e da molti altri inconvenienti. Alcuni rimasero in questo continente, ma altri andarono in Asia e in Europa, dove trovarono degli essere simili a loro, ma molto meno evoluti. Non si sa bene se fossero già capaci di sterminarsi tra di loro o se, invece, fu solo questione di maggiore intelligenza (a quei tempi ne possedevano ancora molta), fatto sta che gli africani ebbero la meglio e diventarono i padroni dell’Europa. Lassù, il sole era meno violento e la loro pelle tornò a essere bianca com’era in origine, quando i peli la nascondevano. Gli africani che erano rimasti in Africa mantennero, invece, la pelle nera”. Astericcio, non riuscì a trattenersi, e si inserì nel discorso: “Come, come… tu stai dicendo che i bianchi europei sono “figli” degli africani. E, allora, perché hanno così paura della pelle nera? In fondo, è la pelle dei loro antenati”. Il saggio riprese, sorridendo: “Tu non stai parlando di ricci, ma di uomini… Pensa che tanti secoli fa i bianchi vennero in Africa e presero come schiavi i loro antenati facendoli lavorare in condizioni veramente tragiche. Solo per la loro semplicità e umiltà, vennero considerati allo stesso modo con cui, oggi, considerano gli animali. A volte anche peggio… Ci volle poco, per gli uomini, associare la parola “schiavo” al colore “nero”. E ancora oggi che a parole hanno dichiarato di non crederci più, sono rimasti tali e quali, almeno in maggioranza”. Astericcio era veramente sconvolto… ciò che sentiva non poteva fare parte della Natura che lui conosceva! Come si fa a considerare inferiori proprio coloro che ti hanno permesso di nascere e di evolvere. Bisognava fare qualcosa… e lo disse ad Aliriccio che rispose: “L’unico modo per un nero di diventare uguale a un bianco è possedere tanti soldi. Davanti ai soldi anche la pelle sembra cambiare colore. Magari la paura rimane, ma riescono a nasconderla abbastanza bene quando sono in pubblico”. “Ma allora diamo tanti soldi ai neri così tutto si risolve!”, disse Astericcio. “Eh, caro amico del nord… non è così facile, dato che i soldi i bianchi li danno solo ai bianchi e fanno di tutto perché i neri restino poveri e non abbiano tempo per pensare troppo, dovendo lottare ogni giorno per un boccone di cibo”, rispose il saggio. Astericcio si sentiva molto triste soprattutto perché non riusciva a capire. In ogni modo, il suo viaggio era stato fruttuoso, dato che aveva potuto toccare con mano che il colore dei ricci non significa assolutamente niente. Si avvicinò ad Aliriccio, lo ringraziò e lo abbracciò (le sue spine sembravano quasi di velluto) e tornò verso l’Europa, tra i suoi ricci neri. Pensò a lungo, ma non riuscì a non provare un rispetto enorme per i ricci bianchi dell’Africa. Probabilmente grazie a loro potevano oggi esistere i suoi amici più scuri. No, il colore non è assolutamente pericoloso, anzi può insegnare molto ad amare i propri simili, qualsiasi sia il loro aspetto esteriore. Gli rimase però un grande dubbio: “La vera differenza tra due creature sta nel loro pensiero e nei loro sentimenti. Proprio gli uomini, che dovrebbero essere i primi a capire queste semplici regole, essendo così intelligenti (dicono), sono invece quelli che più di ogni altro animale sono condizionati dalla pura esteriorità”. Rientrò in Italia con un vecchio barcone pieno di uomini neri, di tutte le età e pensò a quando i loro antenati avevano portato la civiltà in quella parte del mondo. Un paio di parole gli ronzarono a lungo nel cervello: ingratitudine e ignoranza.